Disordini delle ciglia

Disordini delle ciglia

 

I disordini delle ciglia sono disturbi riconoscibili in anomalie del numero di ciglia, dette distichiasi e quelle della loro posizione, dette trichiasi. I due tipi di disordine possono anche essere compresenti e, in genere, sono più frequenti sulla palpebra inferiore associate solitamente ad una posizione palpebrale.

 

Cosa sono i disordini delle ciglia?

La distichiasi è contraddistinta dalla presenza di una fila in più di ciglia in corrispondenza dello sbocco delle ghiandole di Meibomio, responsabili della formazione della componente sebacea del liquido lacrimale.

L’anomalia tipica della trichiasi è, invece, un alterato orientamento delle ciglia, che le porta a perdita parziale o totale del rivestimento nella parte corneale.

 

Quali sono le cause dei disordini delle ciglia?

Cause dei disordini delle ciglia possono essere blefariti croniche, entropion, traumi, ustioni chimiche, esiti di interventi chirurgici, tracoma, sindrome di Stevens-Johnson e pemfigoide oculare.

 

Quali sono i sintomi dei disordini delle ciglia?

I principali disturbi collegati a distichiasi e trichiasi sono prurito, bruciore, lacrimazione, percezione di corpo estraneo nell’occhio, secrezione mucosa e arrossamenti dell’occhio fino a provocare dolore.

Gli esiti possono essere cicatrici corneali persistenti con compressione visiva.

 

Diagnosi

La diagnosi, esclusivamente clinica, è basata sulla visita oculistica.

 

Trattamenti

La terapia può essere medica o chirurgica, a seconda della situazione:

  • La terapia medica è indicata in caso di congiuntivite o cheratite ed è basata sull’applicazione locale di antibiotici, preferibilmente sotto forma di pomate.
  • La terapia chirurgica permette di correggere l’eventuale alterazione palpebrale alla base del disordine ciliare. Anche in questo caso è però raccomandabile, nell’attesa dell’intervento, l’uso di una pomata antibiotica da abbinarsi a un lubrificante artificiale denso, meglio se in forma di gel, che possa ridurre i danni alla cornea dovuti dallo sfregamento delle ciglia e riducendo, allo stesso tempo, i sintomi del disturbo.

 

Nell’eventualità in cui le ciglia in trichiasi siano presenti in numero limitato è possibile eliminarle con sedute multiple di elettrocoagulazione.

Il medico può anche suggerire la programmazione di trattamenti definitivi di elettrolisi delle ciglia. Questi trattamenti consistono in sei sedute almeno, da eseguirsi a cadenza mensile.

 

Prevenzione

La prevenzione dei disordini delle ciglia si basa sulla prevenzione delle malattie cui essi sono associati.

Displasia o cardiomiopatia aritmogena del ventricolo destro (ARVD/C)

Displasia o cardiomiopatia aritmogena del ventricolo destro (ARVD/C)

 

Che cos’è e come si manifesta?

La displasia o cardiomiopatia aritmogena del ventricolo destro (ARVD/C) è una patologia che colpisce il muscolo cardiaco (soprattutto a carico del ventricolo destro) caratterizzata da anomalie funzionali e strutturali dovute alla sostituzione del miocardio (il normale tessuto muscolare cardiaco) con tessuto adiposo o fibro-adiposo. Alla base della patologia si trovano diverse anomalie genetiche che causano alterazioni dell’organizzazione dell’assetto cellulare cardiaco che porta alle suddette modificazioni anatomiche.

Dal punto di vista clinico si verificano manifestazioni di tipo aritmico e disfunzionale con carattere progressivo. Questo carattere progressivo della patologia ha come conseguenza il fatto che i pazienti spesso presentano sintomi eterogenei. I più comuni sono palpitazioni, dispnea e sincope.

Nel 30-50% dei casi ha una distribuzione familiare, con trasmissione sia autosomica dominante che recessiva.

Considerando la presentazione clinica eterogenea e la distribuzione segmentale della sostituzione adiposa che rende le indagini bioptiche poco sensibili, risulta difficile stimare in modo accurato la prevalenza di questa condizione.

Le alterazioni tissutali si concentrano prevalentemente nell’area compresa tra il tratto di efflusso del ventricolo destro, l’apice e l’anello tricuspidalico (il cosiddetto triangolo della displasia).

Come effettuare le diagnosi

Sono stati formulati criteri diagnostici che comprendono:

Elementi di storia familiare

ECGgrafici, aritmici, strutturali e istologici

Holter ECG

Ecocardiogramma

Risonanza magnetica nucleare cardiaca

Si può proporre uno studio elettrofisiologico (SEF) per la valutazione della suscettibilità aritmica ventricolare: è possibile determinare quale sia il tipo di aritmia inducibile, la morfologia e se essa sia o no tollerata emodinamicamente. È inoltre utile per la distinzione tra le aritmie idiopatiche del ventricolo destro, con decorso benigno, e la ARVD/C.

Trattamenti

La terapia della ARVD/C  ha come obiettivo innanzitutto la protezione dal rischio aritmico.

Sarà necessario cambiare lo stile di vita, per cui verranno escluse attività fisiche rilevanti, ed effettuare un’attenta valutazione della terapia farmacologica. Quest’ultima include betabloccanti, amiodarone, sotalolo.

È utile effettuare uno studio elettrofisiologico con ablazione transcatetere in caso di aritmie non controllabili con il trattamento medico, tachicardie ventricolari monomorfe con origine ben localizzabile, e per limitare gli eventuali interventi di un defibrillatore impiantato.

In relazione all’impianto di un defibrillatore non esiste un’univoca stratificazione del rischio. Viene proposto a pazienti “sopravvissuti” a un arresto cardiaco, o con aritmie refrattarie al trattamento medico, specialmente se giovani, e in caso di coinvolgimento di entrambi i ventricoli.

Come prevenire

La malattia riconosce un’eziologia genetica e pertanto non può essere prevenuta. Una volta effettuata la diagnosi, il corretto procedimento prevede un’adeguata stratificazione del rischio (in base a criteri anatomici, elettrocardiografici e clinici) al fine di decidere la migliore strategia terapeutica.

Distacco della retina

Distacco della retina

 

Il distacco della retina è una delle più serie urgenze che riguardano l’occhio e la vista. Il distacco si verifica quando uno strato della retina, tessuto fondamentale alla base del sistema visivo, si alza trascinando con sé i vasi sanguigni che portano ossigeno e nutrienti all’occhio. Dopo appena 48 ore dal distacco comincia la morte cellulare che provoca la perdita graduale della vista, soprattutto se la parte di retina che è andata a staccarsi è quella centrale.

 

Cos’è il distacco della retina?

Si differenziano quattro tipologie diverse di distacco di retina:

 

Regmatogeno (DRR): è il distacco più frequente, è causato da una rottura della retina che permette l’ingresso nell’area sottoretinica di liquido.

 

Trazionale: è determinato dalla formazione di membrane sulla superficie retinica in grado da creare una tensione che solleva la retina. È tipico un fenomeno tipico nei casi di ischemia retinica, provocata dal diabete, dalle trombosi venose o dalla retinopatia precoce

 

Essudativo: è provocato dalla presenza d’infiammazione o di lesioni vascolari o neoplastiche che vanno a formare dei liquidi nella parte sottostante la retina

 

Forme miste

Quando il distacco interessa la parte più centrale della retina, la regione maculare e la fovea, la perdita della capacità di visione è molto più grave e la possibilità di recuperare la vista è compromessa.

 

Quali sono le cause del distacco della retina?

Il distacco della retina può verificarsi in seguito a:

Liquefazione vitrea e distacco posteriore del vitreo (DVP). Sono processi legati all’invecchiamento dell’individuo e alla storia naturale dell’occhio. L’accumulo di liquido (umor vitreo), che cambia consistenza con l’avanzare dell’età, diventa più denso o più voluminoso. Questo può provocare un sollevamento della retina nei punti in cui essa è più fragile.

La degenerazione a palizzata, invece, consiste in un’aderenza forte dell’umor vitreo ai bordi retinici, che può facilmente portare ad un distacco della retina.

La pseudofachia. Può essere una conseguenza di un intervento di cataratta che quindi rappresenta un fattore di rischio per il distacco di retina.

Traumi

Diabete

Malattie infiammatorie

Malattie genetiche, come la sindrome di Marfan o la sindrome di Ehler Danlos

 

Quali sono i sintomi del distacco della retina?

Il distacco della retina è sempre preavvisato da alcuni segnali:

Comparsa improvvisa di puntini e corpi scuri fluttuanti davanti alla vista (miodesopsie)

Bagliori di luce improvvisi percepiti in uno o entrambi gli occhi

Oltre il 50% dei pazienti con DR lamenta la sintomatologia del DVP, che include visione di fotopsie (bagliori di luce) e di miodesopsie (piccoli corpi mobili scuri) nei giorni precedenti al distacco o fenomeni come lo scotoma, ovvero un’ombra o che sembra coprire parte del campo visivo

 

Diagnosi

La diagnosi si ottiene attraverso un’attenta visita oculistica che permette di accertare la rottura e il distacco della retina. E’ importante, infatti, riuscire a differenziare i diversi tipi di distacco retinico, capire cioè se ci si trova di fronte ad un distacco regmatogeno, trazionale, essudativo o misto.

Nel caso sia possibile esaminare perfettamente la retina, l’ecografia oculare è utilizzata per determinarne il suo stato.

 

Trattamenti

La terapia a seguito del distacco della retina deve essere messa in atto il più rapidamente possibile, onde evitare che con il passare del tempo si verifichi una perdita completa della vista, atrofia del bulbo oculare fino ad uno sviluppo di un glaucoma neovascolare.

I trattamenti standard sono:

Fotocoagulazione con laser argon. Lo scopo di questo intervento è quello di produrre una cicatrice intorno alla rottura che ne impedisca l’ingresso di liquido nello spazio sottostante.

Quando il distacco coinvolge invece un’area significativamente ampia della retina è necessario intervenire per via chirurgica. La chirurgia per il distacco di retina prevede essenzialmente due tipi di interventi:

Ab-esterno: chirurgia episclerale senza entrare all’interno dell’occhio.

Ab-interno: la vitrectomia.

 

Prevenzione

La comparsa di corpi scuri nella vista e bagliori di luce (miodesopsie e fotopsie) sono sintomi che devono mettere in allarme il paziente che deve quindi sottoporsi al più presto ad una visita oculistica. La miglior prevenzione consiste nel conoscerne i sintomi e in controlli periodici della vista. È importante sapere che le miodesopsie non scompariranno con il passare del tempo, ma saranno sempre visibili, in particolar modo in presenza di variazioni di luce. Con il passare del tempo, tuttavia, le macchie si ridurranno lievemente e il fastidio diminuirà.

Distorsione

Distorsione

 

Un trauma con allungamento o rottura dei legamenti in seguito a movimenti di torsione e rotazione (generalmente durante un’attività sportiva o lavorativa) genera un danno chiamato distorsione.

Caviglia, ginocchio e spalla sono, in ordine decrescente, le articolazioni più frequentemente colpite da distorsione, anche se tutte le articolazioni del corpo possono essere interessate.

 

Che cos’è la distorsione?

Esistono tre gradi di classificazione della distorsione:

1°grado: Stiramento dei legamenti senza rottura

2°grado: Rottura completa o parziale dei legamenti ma l’articolazione risulta essere ancora stabile

3°grado: Le lacerazioni capsulo-legamentose sono gravi da causare l’instabilità dell’articolazione per eccessivo allontanamento e dislocazione dei capi articolari (in particolare nel ginocchio).

 

Quali sono le cause della distorsione?

Le cause sono diverse, ma possono essere perlopiù raggruppate in: cadute accidentali, traumi sportivi, traumi automobilistici.

 

Quali sono i sintomi della distorsione?

I sintomi, generalmente tutti presenti, sono:

-impotenza funzionale

-dolore

-dolore alla mobilizzazione

-tumefazione edematosa e/o emorragica (in caso di rotture di vasi sanguigni)

-calore

 

 

Come prevenire la distorsione?

Fare stretching regolarmente aiuta a migliorare l’elasticità muscolare e articolare e a ridurre i rischi di incorrere in distorsioni. È bene essere in buona forma fisica prima di dedicarsi a performance sportive di qualsiasi genere e di astenersi nel caso si sia fuori allenamento. Avere muscoli allenati significa avere articolazioni più protette. Attenzione, poi, alle cadute accidentali e, soprattutto nel caso di caviglia e ginocchio, guardare sempre bene dove si mettono i piedi.

 

Diagnosi

Per decidere il trattamento da attuare il medico si avvarrà di opportuni accertamenti diagnostici:

-radiografia, per eliminare il dubbio di una frattura;

-solo se necessario: ecografia e/o risonanza magnetica per valutare meglio la lesione.

 

Trattamenti

La distorsione appena avvenuta necessita di un primo trattamento in fase acuta che si basa su: ghiaccio, riposo, elevazione (dell’arto), compressione (si utilizza l’acronimo G.r.e.co. per ricordare tutte le fasi).

L’articolazione distorta deve essere immobilizzata per un periodo variabile in relazione all’entità del danno. È possibile utilizzare bendaggi, tutori o gesso.

Solitamente è somministrata una terapia anti-infiammatoria e antidolorifica. In alcuni casi, può essere indicata anche una terapia antitrombotica.

Le lesioni di 3° grado, più gravi, di solito richiedono un trattamento chirurgico.

Per il ripristino completo della funzionalità articolare, risolta la prima fase acuta o dopo un intervento chirurgico, è fondamentale seguire un percorso riabilitativo.

 

Distorsione della caviglia

Distorsione della caviglia

 

La distorsione alla caviglia si verifica quando l’articolazione della caviglia si piega o si torce in modo eccessivo. Se l’articolazione della caviglia è forzatamente portata ad andare oltre il proprio range di movimento, i muscoli, i legamenti e i tendini che la compongono possono subire delle lesioni che vanno dallo stiramento alla rottura.

Le distorsioni più frequenti interessano la parte esterna della caviglia e provocano dolore e gonfiore immediati. Solitamente il dolore è localizzato davanti e sotto il malleolo peroneale, (la sporgenza più bassa dell’osso laterale del perone).  Il movimento tipico che genera la distorsione avviene quando la punta del piede è rivolta verso il basso e la caviglia ruota bruscamente all’interno.

 

Che cos’è la distorsione della caviglia?

L’entità della distorsione dipende dall’energia che viene esercitata sulla caviglia, per cui non sempre dipende dal tipo di caduta o dalla velocità della corsa, ma possono concorrervi altri elementi quali il peso del paziente e il meccanismo con cui avviene l’infortunio. Un soggetto obeso, ad esempio, può subire danni rilevanti anche in seguito a una caduta banale. Una distorsione provoca una serie di eventi che si susseguono secondo una sequenza piuttosto precisa. Le strutture di sostegno di degenerano una dopo l’altra seguendo un percorso chiaramente individuabile in seduta di visita specialistica.

 

Quali sono le cause della distorsione della caviglia?

All’origine di una distorsione c’è sempre un trauma: questo può essere dovuto a una caduta, a un atterraggio scorretto dopo un salto o al camminare su una superficie irregolare. Tutti questi movimenti generano un movimento innaturale che spinge l’articolazione della caviglia oltre il suo naturale range di movimento.

 

Quali sono i sintomi della distorsione della caviglia?

La sintomatologia tipica della distorsione alla caviglia include:

-dolore nell’area interessata dalla distorsione, che aumenta quando si sposta il peso sulla caviglia distorta

-gonfiore

-limitazione nei movimenti

Nei casi più gravi possono comparire ecchimosi o ematomi.

Diagnosi

Dopo un esame fisico, il medico generalmente consiglia un esame radiografico per scongiurare lesioni ossee. Per individuare e valutare l’eventuale presenza di lesioni a carico dei tessuti molli (come muscoli, tendini e legamenti), il medico potrà suggerire al paziente di sottoporsi a: ecografia e/o a risonanza magnetica.

 

Trattamenti

Riposo, ghiaccio, elevazione dell’arto interessato e farmaci antiinfiammatori rappresentano la terapia più consigliata in questo caso.

Può essere necessario bloccare l’arto interessato dalla distorsione mediante bendaggio o apparecchio gessato.

Dopo il primo trattamento viene impostato un programma di controlli ambulatoriali con la funzione di valutare la progressione della guarigione, richiedere eventuali esami di approfondimento, prescrivere terapie fisiche e impostare il protocollo riabilitativo.

È possibile che il medico consigli una di queste terapie:

-ultrasuoni

-laser

-jonoforesi

-tens

-approccio chirurgico

-tecniche ricostruttive

-tecniche artroscopiche

-ginnastica propriocettiva.

 

Dragoncello

Dragoncello

 

Che cos’è il dragoncello?

Il dragoncello (Artemisia dracunculus sativa) è un’erba aromatica con probabili origini in Siberia, che appartiene alla famiglia delle Asteraceae.

 

Che proprietà nutrizionali ha il dragoncello?

Un cucchiaio di foglie di dragoncello essiccate (circa 1,8 g) apporta:

5 Calorie, circa

0,14 g di acqua

0,41 g di proteine

0,13 g di lipidi, fra cui 0,034 g di acidi grassi saturi, 0,009 g di acidi grassi monoinsaturi e 0,067 g di acidi grassi polinsaturi

0,90 g di carboidrati

0,1 g di fibre

76 UI di vitamina A

0,9 mg di vitamina C

0,161 mg di niacina

0,043 mg di vitamina B6

0,024 mg di riboflavina

0,005 mg di tiamina

5 µg di folati

1 mg di sodio

54 mg di potassio

21 mg di calcio

6 mg di magnesio

6 mg di fosforo

0,58 mg di ferro

0,143 mg di manganese

0,07 mg di zinco

0,012 mg di rame

Il dragoncello è una fonte di polifenoli, mentre il suo olio essenziale è una fonte di estragolo.

 

Possibili effetti collaterali del dragoncello

Non ci sono notifiche di eventuali interazioni tra l’assunzione di dragoncello e il consumo di farmaci o altre sostanze. È consigliabile consultare il proprio medico in caso di dubbi.

Stagionalità del dragoncello

Il dragoncello è disponibile sul mercato tutto l’anno.

 

Possibili benefici e controindicazioni

Il dragoncello viene impiegato in varie medicine tradizionali come stimolante dell’appetito e rimedio contro anoressia, dispesia, flatulenza e singhiozzo. I suoi infusi vengono invece utilizzati per contrastare l’insonnia e il suo olio essenziale è impiegato come anestetico locale e antisettico in ambito odontoiatrico.

Secondo gli studi scientifici sembra che i composti polifenolici presenti nel dragoncello contribuiscano a diminuire i livelli di zuccheri nel sangue. Inoltre quest’erba apporta una buona dose di antiossidanti e sembra che agisca come un anticoagulante; in virtù delle sue proprietà, considerando anche il suo apporto di potassio, il dragoncello può essere valutato come un potenziale alleato della salute cardiovascolare.

L’estragolo presente nell’olio essenziale di dragoncello può causare irritazioni alla pelle. Questa molecola e il suo metabolita potrebbero inoltre provocare tumori al fegato. È consigliabile consultare il proprio medico in caso di dubbi.

 

Disclaimer

Le informazioni riportate rappresentano indicazioni generali e non sostituiscono in alcun modo il parere medico. Per garantirsi un’alimentazione sana ed equilibrata è sempre bene affidarsi ai consigli del proprio medico curante o di un esperto di nutrizione.

Durian o durione

Durian o durione

 

Che cos’è il durian?

Il durian (in italiano noto anche come “durione”) è il frutto del Durio zibethinus, specie della famiglia delle Malvaceae. Il durian è originario delle foreste del Brunei, dell’Indonesia e della Malesia, ed è noto per il suo sapore delizioso combinato, però, con un odore molto intenso e fastidioso.

 

Che proprietà nutrizionali ha il durian?

100 g di durian apportano:

147 Calorie, circa

1,47 g di proteine

5,33 g di lipidi

27,09 g di carboidrati

3,8 g di fibra

19,7 mg di vitamina C

1,074 mg di niacina

0,374 mg di tiamina

0,316 mg di piridossina

0,230 mg di acido pantotenico

0,200 mg di riboflavina

36 µg di folati

3,5 µg di vitamina K

44 UI di vitamina A

436 mg di potassio

39 mg di fosforo

30 mg di magnesio

6 mg di calcio

2 mg di sodio

0,43 mg di ferro

0,325 mg di manganese

0,28 mg di zinco

0,207 mg di rame

Il durian è fonte di alfa-carotene (6 µg in 100 g) e beta-carotene (23 µg in 100 g).

 

Possibili effetti collaterali del durian

Il durian può avere effetto sui livelli di zuccheri nel sangue e aumentare la pressione. In considerazione di questi rischi è bene consumarlo con cautela da parte di chi assume farmaci che possono influenzare la glicemia (in particolare l’insulina e gli ipoglicemizzanti orali) o la pressione sanguigna. Inoltre è possibile che il durian interferisca con antibiotici, farmaci per ridurre i lipidi nel sangue e alcol.

 

Stagionalità del durian

Il durian è disponibile nel periodo compreso tra giugno e agosto.

 

Possibili benefici e controindicazioni del durian

Il durian è ricco di fibre che agiscono come lassativo e che contribuiscono a proteggere il colon dall’azione di sostanze cancerogene. Inoltre, apporta una buona dose di antiossidanti (come la vitamina C, che contribuisce al buon funzionamento del sistema immunitario e a contrastare i radicali liberi) e di vitamine del gruppo B (fondamentali per garantire buone funzioni metaboliche). Tra i minerali che contiene ci sono il manganese, che è un cofattore per l’enzima antiossidante superossido dismutasi, e rame e ferro, che sono richiesti per la produzione dei globuli rossi. Il durian contiene anche il potassio che invece contribuisce alla protezione della salute cardiovascolare, esercitando un controllo sulla frequenza cardiaca e sulla pressione. Infine, nel durian sono presenti livelli elevati di triptofano, aminoacido essenziale utilizzato nella sintesi di serotonina e melatonina, molecole coinvolte, rispettivamente, nella regolazione dell’umore e in quella del sonno.

 

Disclaimer

Le seguenti informazioni rappresentano indicazioni generali e non sostituiscono in alcun modo il parere medico. Per garantirsi un’alimentazione sana ed equilibrata è sempre bene affidarsi ai consigli del proprio medico curante o di un esperto di nutrizione.

Ecocardiografia (ecocardiogramma)

Ecocardiografia (ecocardiogramma)

 

L’ecocardiografia è una metodica con cui si studiano il cuore e il flusso del sangue attraverso le valvole per mezzo degli ultrasuoni. A differenza delle radiazioni utilizzate in radiologia, gli ultrasuoni sono innocui, per cui non è necessaria alcuna precauzione e l’esame può essere eseguito su qualunque paziente innumerevoli volte (anche nelle donne in gravidanza).

 

A che cosa serve l’ecocardiografia?

L’ecocardiografia permette di ottenere informazioni sulla contrattilità del cuore, sulla morfologia delle sue valvole e sul flusso del sangue nelle sue cavità, sia a riposo che dopo l’esercizio fisico o l’assunzione di un farmaco.

Esistono varie modalità di esecuzione:

-l’ecocardiografia transtoracica,

-l’ecocardiografia transesofagea (per via endoscopica),

-l’ecocardiografia 3D (tridimensionale).

 

Come funziona l’ecocardiografia?

Il paziente deve stendersi a petto nudo sul lettino dell’ecografista, che gli posizionerà degli elettrodi sul petto. In seguito l’ecografista spalmerà un apposito gel sul petto del paziente e sul trasduttore, una sonda che, appoggiata sul torace, emette gli ultrasuoni che, riflessi e rielaborati dall’apparecchiatura, permettono di visualizzare il cuore e le sue strutture. La sonda verrà spostata sul petto con una leggera pressione. Al paziente potrebbe essere chiesto di rimanere immobile o di respirare profondamente. Al termine dell’esame gli elettrodi saranno rimossi e non resterà che pulirsi dal gel rimasto sul petto. La durata complessiva dell’esame è di circa 10-15 minuti.

 

Chi può effettuare l’ecocardiografia?

Non esistono particolari controindicazioni all’ecocardiografia: chiunque può sottoporsi all’esame.

 

Quali sono le norme di preparazione?

A seconda della tipologia di esame possono essere necessarie o meno norme di preparazione:

-per informazioni sull’ecocardiografia transtoracica.

-per informazioni sull’ecocardiogramma transesofageo.

-per informazioni sull’ecocardiografia 3D.

 

L’ecocardiografia è pericolosa o dolorosa?

L’ecocardiografia né dolorosa, né pericolosa.

Ecocardiografia (ecocardiogramma) 3D

Ecocardiografia (ecocardiogramma) 3D

 

L’ecocardiografia è una metodica con cui si studiano il cuore e il flusso del sangue attraverso le valvole per mezzo degli ultrasuoni. A differenza delle radiazioni utilizzate in radiologia, gli ultrasuoni sono innocui, per cui non è necessaria alcuna precauzione e l’esame può essere eseguito su qualunque paziente innumerevoli volte (anche nelle donne in gravidanza).

 

A che cosa serve l’ecocardiografia 3D?

L’ecocardiografia 3D consente di effettuare una migliore valutazione d’insieme del cuore, particolarmente utile nel caso delle malattie valvolari (soprattutto della valvola mitrale) e dei difetti interatriali.

Come funziona l’ecocardiografia 3D?

Il paziente deve stendersi a petto nudo sul lettino dell’ecografista, che gli posizionerà degli elettrodi sul petto. In seguito l’ecografista spalmerà un apposito gel sul petto del paziente e sul trasduttore, una sonda che, appoggiata sul torace, emette gli ultrasuoni che, riflessi e rielaborati dall’apparecchiatura permettono di visualizzare il cuore e le sue strutture. La sonda verrà spostata sul petto con una leggera pressione. Al paziente potrebbe essere chiesto di rimanere immobile o di respirare profondamente. Al termine dell’esame gli elettrodi saranno rimossi e non resterà che pulirsi dal gel rimasto sul petto. La durata complessiva dell’esame è di circa 10-15 minuti.

 

Chi può effettuare l’ecocardiografia 3D?

Non esistono particolari controindicazioni all’ecocardiografia: chiunque può sottoporsi all’esame.

 

Sono presenti norme di preparazione?

L’ecocardiografia 3D non richiede nessuna preparazione.

 

L’ecocardiografia 3D è pericolosa o dolorosa?

L’ecocardiografia non è né dolorosa né pericolosa.

Ecocardiografia transesofagea per via endoscopica

Ecocardiografia transesofagea per via endoscopica

 

L’ecocardiografia è una metodica con cui si studiano il cuore e il flusso del sangue attraverso le valvole per mezzo degli ultrasuoni. A differenza delle radiazioni utilizzate in radiologia, gli ultrasuoni sono innocui, per cui non è necessaria alcuna precauzione e l’esame può essere eseguito su qualunque paziente innumerevoli volte (anche nelle donne in gravidanza).

 

A che cosa serve l’ecocardiografia transesofagea per via endoscopica?

L’ecocardiografia permette di ottenere informazioni sulla contrattilità del cuore, sulla morfologia delle sue valvole e sul flusso del sangue nelle sue cavità, sia a riposo che dopo l’esercizio fisico o l’assunzione di un farmaco.

L’ecocardiografia transesofagea rappresenta un esame di secondo livello, indicato generalmente nel caso in cui l’ecocardiogramma transtoracico sia ritenuto insufficiente o non interpretabile rispetto al quesito clinico; in alcuni casi può essere direttamente prescritto come test d’elezione: presenza di patologie difficilmente diagnosticabili, come rare malformazioni congenite, malattie dell’aorta toracica o difetti complessi delle valvole cardiache.

Come funziona l’ecocardiografia transesofagea per via endoscopica?

Il paziente deve stendersi a petto nudo sul lettino dell’ecografista, che gli posizionerà degli elettrodi sul petto. In seguito l’ecografista spalmerà un apposito gel sul petto del paziente e sul trasduttore, una sonda che, appoggiata sul torace, emette gli ultrasuoni che, riflessi e rielaborati dall’apparecchiatura, permettono di visualizzare il cuore e le sue strutture. La sonda verrà spostata sul petto con una leggera pressione. Al paziente potrebbe essere chiesto di rimanere immobile o di respirare profondamente. Al termine dell’esame gli elettrodi saranno rimossi e non resterà che pulirsi dal gel rimasto sul petto. Il paziente deve togliere eventuali occhiali e protesi, stendersi sul fianco e posizionarsi con busto e collo leggermente flessi versi le gambe. In seguito dovrà deglutire una sonda simile a quella usata per la gastroscopia, inserita attraverso un boccaglio posto tra i denti. La durata complessiva dell’esame è di circa 10-15 minuti.

Chi può effettuare l’ecocardiografia transesofagea per via endoscopica?

Non esistono particolari controindicazioni all’ecocardiografia: chiunque può sottoporsi all’esame.

 

Sono previste norme di preparazione?

Per eseguire l’ecocardiogramma transesofageo è necessario essere a digiuno dalla mezzanotte precedente il giorno dell’esame. Le medicine possono essere assunte cercando di bere solo la minima quantità sufficiente per deglutire i farmaci. In caso di diabete è importante consultarsi con il proprio medico per definire la dose adeguata di insulina che dovrà essere ovviamente ridotta per il digiuno.

 

L’ecocardiografia transesofagea per via endoscopica è dolorosa o pericolosa?

L’ecocardiografia transesofagea non è dolorosa né pericolosa, ma il passaggio della sonda attraverso la bocca potrebbe generare un certo fastidio. Per tale motivo, per migliorare la tolleranza alla manovra, il medico o il personale infermieristico effettuano una anestesia locale (spruzzando uno spray in gola), alla quale possono associare, nei pazienti più sensibili, un blanda sedazione per via endovenosa. In questo caso, potendo essere ridotto lo stato di vigilanza, dopo l’esame non sarà possibile guidare o svolgere attività che richiedano un’attenzione particolare per almeno 5-6 ore.

Ecocardiografia transtoracica

Ecocardiografia transtoracica

 

L’ecocardiografia (o ecocardiogramma) è una metodica che studia il cuore e il flusso del sangue attraverso le valvole per mezzo degli ultrasuoni. A differenza delle radiazioni utilizzate in radiologia,gli ultrasuoni sono innocui, per cui non è necessaria alcuna precauzione e l’esame può essere eseguito su qualunque paziente innumerevoli volte (anche nelle donne in gravidanza).

 

A cosa serve l’ecocardiografia transtoracica?

L’ecocardiografia transtoracica permette di fornire informazioni dettagliate sulle dimensioni e sulle funzione del cuore e degli apparati valvolari.

 

Come funziona l’ecocardiografia transtoracica?

Il paziente deve stendersi a petto nudo sul lettino dell’ecografista, che gli posizionerà degli elettrodi sul petto. In seguito l’ecografista spalmerà un apposito gel sul petto del paziente e sul trasduttore, una sonda che, appoggiata sul torace, emette gli ultrasuoni che, riflessi e rielaborati dall’apparecchiatura, permettono di visualizzare il cuore e le sue strutture. La sonda verrà spostata sul petto con una leggera pressione. Al paziente potrebbe essere chiesto di rimanere immobile o di respirare profondamente. Al termine dell’esame gli elettrodi saranno rimossi e non resterà che pulirsi dal gel rimasto sul petto. La durata complessiva dell’esame è di circa 10-15 minuti.

 

Chi può effettuare l’ecocardiografia transtoracica?

Non esistono particolari controindicazioni all’ecocardiografia: chiunque può sottoporsi all’esame.

 

Sono previste norme di preparazione?

L’ecocardiografia transtoracica non richiede nessuna preparazione.

 

L’ecocardiografia transtoracica è un esame doloroso o pericoloso?

L’ecocardiografia transtoracica non è né invasiva, né dolorosa e permette di riprendere la normale routine subito dopo l’esame. Anche quando previsto l’uso di agenti di contrasto, si tratta di sostanze non ionizzanti innocue per la salute.

Ectropion

Ectropion

 

L’ectropion è un disturbo dell’occhio in cui la palpebra inferiore è rivolta verso l’esterno e, quindi, tende ad allontanarsi dal bulbo oculare.

 

Che cos’è l’ectropion?

La caratteristica principale dell’ectropion è una rotazione verso l’esterno di una parte o dell’intera palpebra inferiore. La rotazione compromette i puntini lacrimali (le aperture ovali da cui partono i dotti lacrimali), che con il passare del tempo, essendo esposti ad agenti esterni, si restringono accumulando cheratina. La conseguenza di questa modificazione dei puntini lacrimali è l’epifora, cioè la fuoriuscita delle lacrime verso l’esterno dell’occhio. In questa circostanza alla congiuntiva (la membrana che ricopre il bulbo oculare e la parte interna delle palpebre) e alla cornea viene a mancare la normale lubrificazione e la protezione delle palpebre. Ciò favorisce un’infiammazione secondaria, un ingrossamento della parte interna della palpebra (il tarso) che va a peggiorare ulteriormente l’ectropion fino a portare allo sviluppo di una cheratopatia, malattia che nei casi più graci può causare l’ulcerazione e la perforazione della cornea.

 

Quali sono le cause dell’ectropion?

L’ectropion può essere di origine congenita, senile, paralitica, meccanica e cicatriziale.

 

Quali sono i sintomi dell’ectropion?

Inizialmente privo di sintomi, in fasi più avanzate l’ectropion è associato a lacrimazione e, in alcuni casi, ad infiammazione, sensazione di corpo estraneo nell’occhio e produzione di secrezioni.

 

Diagnosi

Per diagnosticare l’ectropion è necessaria una visita oculistica.

 

Trattamenti

Il trattamento chirurgico è l’unico trattamento in grado di far fronte all’ectropion.

L’intervento, eseguito in anestesia locale ed in regime di day hospital, deve essere programmato tenendo conto del tipo e del grado di severità della malattia.

La terapia medica è prevista solo al fine di prevenire e trattare la congiuntivite e la cheratite secondaria.

 

Prevenzione

In attesa dell’intervento chirurgico, sono consigliabili misure atte a prevenire danneggiamenti della cornea. Applicando gel o pomate si limitano i danni ed i sintomi associati all’ectropion.

Elettrofisiologia ed elettrostimolazione, trattamenti e tecnologie per curare il cuore

Elettrofisiologia ed elettrostimolazione, trattamenti e tecnologie per curare il cuore

 

Unità Operativa di Elettrofisiologia ed Elettrostimolazione

Responsabile: dott. Maurizio Gasparini

 

Le malattie che vengono trattate

L’Unità operativa di Elettrofisiologia ed elettrostimolazione si occupa del trattamento di:

Aritmie cardiache

Bradiaritmie

Displasia o cardiomiopatia aritmogena del ventricolo destro (ARVD/C)

Fibrillazione atriale (FA)

Fibrillazione ventricolare (FV)

Ipertensione

Long QT syndrome (LQTS)

Scompenso cardiaco

Sindrome di Brugada

Sindrome di Wolff-Parkinson-White (WPW)

Tachicardia da rientro nodale (TRN)

Tachicardia ventricolare (TV)

Tachicardie atriali

 

Terapie e trattamenti

Trattamenti farmacologici per il trattamento delle aritmie

Ablazione trans catetere

Ablazione della fibrillazione atriale

Ablazione delle tachicardie atriali (tachicardia atriale focale, flutter atriale)

Ablazione delle tachicardie da rientro (tachicardia da rientro nodale, tachicardia da rientro atrioventricolare)

Occlusione percutanea dell’auricola sinistra

Impianto di dispositivo antibradicardico (pacemaker)

Impianto di dispositivo antitachicardico (defibrillatore)

Stimolazione biventricolare per trattare lo scompenso cardiaco refrattario

Cardioversione elettrica esterna

 

Tecnologie impiegate nel trattamento

Per tutti i trattamenti si utilizzano delle tecnologie all’avanguardia per la cura del paziente:

Sistema di navigazione magnetica remota niobe stereotaxis

Carto 3

Dyna CT

Telemedicina (CareLink)

Eltrombopag

Eltrombopag

 

Si prescrive per ridurre il rischio di emorragie in soggetti affetti da trombocitopenia immune cronica che non rispondono ad altri trattamenti o non possono comunque assumerli.

Può essere altresì usato per incrementare il numero di piastrine in caso di epatite C al fine di prolungare i trattamenti a base di interferone e ribavirina.

 

Che cos’è l’eltrombopag?

E’ un antagonista del recettore della trombopoietina, che è un ormone prodotto da reni e fegato coinvolto nella sintesi e nella maturazione delle piastrine. Esso esplica la sua azione promuovendo la produzione di piastrine a livello del midollo osseo.

 

Come si assume l’eltrombopag?

Si somministra sotto forma di compresse. Solitamente si assume una volta al giorno, a stomaco vuoto, almeno un’ora prima o due ore dopo i pasti.

È probabile che il curante prescriva un dosaggio iniziale basso per poi variarlo in base alla risposta al trattamento.

 

Effetti collaterali dell’ eltrombopag

Può far aumentare eccessivamente i livelli di piastrine e può inoltre incrementare il rischio di sviluppare una cataratta o che una cataratta preesistente peggiori.

In caso di epatite C, la sua assunzione può aumentare i rischi per il fegato.

 

Fra gli altri suoi possibili effetti indesiderati sono inclusi:

dolori muscolari o alla schiena

intorpidimento, bruciore o pizzicore a mani o piedi

sintomi simil-influenzali

stato di debolezza

calo dell’appetito

male alla gola o alla bocca

stato d’insonnia

perdita dei capelli

minzione difficoltosa, urgente o dolorosa

gonfiore a caviglie, piedi o polpacci

 

È importante rivolgersi subito ad un medico in caso di:

dolore (quando si respira profondamente)

dolori a braccia, collo, mascella o stomaco

sudori freddi

sensazione di testa leggera

difficoltà a parlare

svenimenti o capogiri

debolezza o intorpidimento ad un braccio o ad una gamba

male allo stomaco

rash

orticaria

prurito

difficoltà a respirare o problemi ai polmoni

senso di pesantezza o oppressione al petto

gonfiore a bocca, volto, labbra o lingua

gonfiore, dolore, sensibilità, surriscaldamento o arrossamenti di una gamba

fiato corto

sangue nell’espettorato

respiro o battito accelerati

senso di nausea

conati di vomito

scariche di diarrea

problemi alla vista

 

Controindicazioni e avvertenze

Deve essere assunto almeno quattro ore prima o quattro ore dopo cibi o bevande che contengano calcio, antiacidi a base di calcio, alluminio o magnesio e supplementi contenenti calcio, ferro, zinco o selenio.

Prima della cura è importante informare il medico:

circa la presenza di di eventuali allergie al principio attivo, ai suoi eccipienti, a qualsiasi altro farmaco, ad alimenti o ad altre sostanze

dei medicinali, dei fitoterapici e degli integratori già assunti in passato (in particolare anticoagulanti, bosentan, mitoxantrone, repaglinide, rifampicina, sulfasalazina, statine, ezetimibe, gliburide, imatinib, irinotecano, olmesartan, lapatinib, metotressato, e valsartan)

se si soffre (o si è sofferto nel pregresso) di disturbi epatici, renali, polmonari o respiratori, problemi alla vista, agli occhi o alla pelle, problemi cardiaci, pressione alta, iperglicemia o diabete, in caso di esposizione a lungo termine al sole

in caso di donne gravide o in fase di allattamento

 

È sempre importante informare medici, chirurghi e dentisti dell’assunzione di eltrombopag.

Durante il trattamento è consigliabile evitare attività associabili al rischio di emorragie o traumi.

Embolizzazione dei fibromi uterini

Embolizzazione dei fibromi uterini

 

L’embolizzazione dei fibromi uterini è un’alternativa mini-invasiva alla chirurgia per l’eliminazione dei fibromi uterini che consiste nell’occludere in modo selettivo i vasi sanguigni che apportano nutrimento ai fibromi.

 

Che cos’è l’embolizzazione dei fibromi uterini?

 

L’embolizzazione dei fibromi uterini viene effettuata tramite l’impiego di materiali embolizzanti che sono introdotti mediante catetere. La procedura è eseguita generalmente in anestesia locale e il catetere è inserito sotto controllo radiologico.

 

Come si svolge l’embolizzazione dei fibromi uterini?

 

L’intervento si svolge in sala angiografica in condizioni di sterilità. Dopo aver somministrato alla paziente un’anestesia locale, viene incannulata l’arteria femorale e successivamente l’arteria uterina. Una volta posto il catetere nell’arteria uterina è possibile procedere con l’embolizzazione selettiva per far sì che la sostanza embolizzante utilizzata vada ad occludere l’area vascolare peritumorale. Dopo essersi assicurato della riuscita della devascolarizzazione il medico sfila il catetere e appone una medicazione compressiva sul punto d’ingresso del catetere nella cute. In caso di grossi fibromi è utile l’anestesia epidurale. L’intervento dura in media un’ora.

 

Quali sono i vantaggi e gli svantaggi dell’embolizzazione dei fibromi uterini?

 

Il principale vantaggio di questo trattamento consiste nella marcata riduzione dimensionale dei fibromi uterini senza dover ricorrere all’intervento chirurgico.

Il principale svantaggio di questo trattamento è l’amenorrea (in alcuni casi transitoria, in altri permanente) che si registra in una piccolissima percentuale di pazienti in seguito a questo tipo di trattamento.

 

L’embolizzazione dei fibromi uterini è dolorosa o pericolosa?

 

Essendo una procedura che prevede l’inserimento di un catetere l’embolizzazione dei fibromi uterini può provocare fastidi e dolore addominale.  È considerata, comunque, una procedura mininvasiva rispetto alla chirurgia classica cosiddetta “a cielo aperto” (prima dell’avvento dell’embolizzazione dei fibromi uterini era l’unica possibilità di rimozione dei fibromi stessi).

 

Quali pazienti posso effettuare l’embolizzazione dei fibromi uterini?

 

Non tutte le donne con fibromi uterini possono sottoporsi alla tecnica di embolizzazione dei fibromi.

Sussistono controindicazioni nel caso di:

-presenza di fibromi uterini non sintomatici;

-menometrorragie (abbondante sanguinamento uterino che si verifica sia durante le mestruazioni che nei periodi intermestruali) legate a patologie maligne;

-donne in trattamento ormonale con progestinici;

-donne con controindicazioni al cateterismo;

-donne in gravidanza;

 

particolare attenzione deve essere prestata alle pazienti con ipersensibilità o allergia ai mezzi di contrasto utilizzati per monitorare l’inserimento del catetere (che avviene sotto guida radiologica).

 

Possono invece sottoporsi a questo trattamento le donne con fibromi sintomatici che non siano peduncolati, con persistente sintomatologia emorragica o una sintomatologia che ne minacci l’integrità fisica (gravi emorragie), con presenza di un rischio anestesiologico e operatorio elevato controindicante l’approccio chirurgico classico.

 

Follow-up

 

Dopo l’embolizzazione è molto probabile la comparsa di dolore pelvico che richiede un trattamento antidolorifico appropriato. Quando i fibromi hanno un diametro di 10-12 cm è possibile osservare una sintomatologia ritardata in 3a – 5a giornata, caratterizzata da dolore pelvico-addominale associato a sintomi come reazione peritoneale, nausea e febbre che può persistere per qualche giorno. Generalmente, se i fibromi sono di diametro inferiore agli 8 cm la dimissione avviene il giorno successivo all’intervento.  La paziente sarà controllata ogni due mesi (poi a sei mesi, a 12 mesi e infine una volta all’anno) dopo aver eseguito un eco-color-doppler per monitorare la riduzione del volume del fibroma e la scomparsa della rete vascolare peritumorale; un emocromo per monitorare l’anemia e i tassi di creatina fosfocinasi (CPK) verifica la riduzione volumetrica del fibroma.

 

Ci sono norme di preparazione all’intervento?

 

Prima di sottoporsi a questo esame la paziente dovrà essere a digiuno di cibi solidi da almeno 8 ore, ma è consentito bere piccole quantità di liquidi (acqua non gassata o tè). La paziente si recherà in sala radiologica con un accesso venoso periferico.

Endocardite infettiva

Endocardite infettiva

 

L’endocardite è un’infiammazione del rivestimento interno del cuore (endocardio). In genere l’endocardite viene provocata da un’infezione, solitamente batterica, ma può essere anche di natura non infettiva, per esempio di origine reumatica. Se non viene curata, si può avere un grave danno ai tessuti del cuore e alle valvole cardiache.

Che cos’è l’endocardite infettiva?

L’endocardite è un processo infiammatorio che colpisce l’endocardio, il sottile rivestimento delle pareti interne delle cavità cardiache. L’infiammazione può coinvolgere le pareti degli atri e dei ventricoli, per cui in questo caso parliamo di endocardite parietale, oppure, molto più frequentemente le valvole, per cui si parla di endocardite valvolare.

L’endocardite può essere la causa di alterazioni permanenti delle strutture valvolari, provocandone il restringimento (stenosi) o l’incontinenza (insufficienza) o entrambe. Colpisce più frequentemente i soggetti che hanno un difetto congenito e può colpire anche protesi, come valvole cardiache artificiali, soprattutto nel primo anno dopo l’impianto.

Da cosa può essere causata l’endocardite infettiva?

Diverse cause possono determinare l’endocardite. L’endocardite reumatica è provocata dal processo infiammatorio dovuto alla malattia reumatica (una sindrome autoimmune che può essere scatenata da infezioni streptococciche). Questo porta alla formazione di noduli che coinvolgono principalmente la valvola mitrale e aortica.

Si ha endocardite infettiva nelle situazioni in cui i microrganismi che provengono da altre parti del corpo, come bocca, tonsille, intestino, pelle, vie urinarie, si inseriscono nel torrente ematico ed arrivano al cuore. Più comunemente viene provocata da batteri – si parla di endocardite batterica – che, in presenza di deficit del sistema immunitario o di difetti congeniti, possono insediarsi nell’endocardio e originare lesioni che vengono chiamate “vegetazioni”: si tratta infatti di escrescenze formate da materiale fibrinoso dentro cui si annidano i batteri. Dalle vegetazioni possono staccarsi frammenti che attraverso il torrente ematico possono raggiungere altri distretti, disseminando l’infezione.

Fra altri possibili fattori di rischio per l’endocardite infettiva troviamo le parodontopatie, le malattie a trasmissione sessuale, cateteri vascolari infetti, l’uso di siringhe non sterili e infette, tatuaggi e piercing praticati con attrezzature non sterili.

Con quali sintomi si manifesta l’endocardite infettiva?

L’endocardite può essere caratterizzata da un decorso lento oppure da un esordio acuto. I sintomi variano a seconda delle cause e delle forme.

L’alterazione della funzionalità delle valvole cardiache può comportare:

soffi cardiaci, determinati dalle alterazioni del flusso sanguigno

disturbi del ritmo cardiaco

Nelle endocarditi batteriche i sintomi sono più evidenti e a rapida evoluzione a causa del danneggiamento delle valvole cardiache con possibile ulcerazione e perforazione. Essi includono:

Febbre

Brividi

Stanchezza

Mal di testa

Dolore alle articolazioni e ai muscoli

Sudorazione notturna

Mancanza di respiro

Pallore

Tosse persistente

Gonfiore a piedi, gambe e addome (edema)

Perdita di peso

Sangue nelle urine

Dolorabilità e ingrossamento della milza (splenomegalia)

Noduli di Osler, piccoli rilievi dolenti, di colore rosso, sulla punta delle dita delle mani o dei piedi.

Macchie di colore violastro o rosso (petecchie) sulla pelle, negli occhi o dentro la bocca.

Come si può prevenire l’endocardite infettiva?

Per i pazienti a rischio (portatori di protesi valvolari, cardiopatie congenite, con endocardite pregressa), prima di effettuare delle manovre odontoiatriche che richiedono la manipolazione del tessuto gengivale o che prevedono la perforazione della mucosa orale, è consigliata la profilassi antibiotica, che rappresenta uno scudo contro l’infezione.

Per i pazienti a rischio è consigliabile porre particolare attenzione all’igiene orale, usando regolarmente spazzolini, filo interdentale e collutori.

Si dovrebbero inoltre evitare piercing e tatuaggi o nel caso bisognerebbe affidarsi a operatori che rispettano rigide misure igieniche (attrezzature e ambienti sterili). Nel caso di ferite o di infezioni della pelle è necessario consultare il medico per concordare un’eventuale terapia antibiotica.

È anche consigliabile sottoporsi a vaccinazione antinfluenzale, per evitare le possibili complicazioni dell’influenza, che possono facilitare lo sviluppo di un’endocardite infettiva.

Diagnosi

Il medico può avere il sospetto di un’endocardite in seguito al riscontro, all’auscultazione cardiaca, di un soffio di nuova comparsa. Il soffio cardiaco è un rumore determinato dalla turbolenza del flusso sanguigno dovuta alle alterazioni strutturali delle valvole. Successivamente, il medico può utilizzare altri strumenti per approfondire le indagini. Può prescrivere:

Esami del sangue, per la ricerca di batteri attraverso esame colturale del sangue (emocoltura) o per l’evidenziazione di un aumento degli indici infiammatori (tipicamente velocità di eritrosedimentazione, VES, e proteina C reattiva, PCR) o di uno stato di anemia (riduzione dei valori di emoglobina), alterazioni che sono di solito presenti in caso di endocardite.

Ecocardiogramma transtoracico: è un test basato sull’immagine che visualizza le strutture del cuore e il funzionamento delle sue parti mobili. L’apparecchio trasmette un fascio di ultrasuoni al torace, utilizzando una sonda appoggiata sulla sua superficie, e rielabora gli ultrasuoni riflessi che tornano alla stessa sonda dopo aver interagito in modo diverso con le varie componenti della struttura cardiaca (miocardio, valvole, cavità). È un esame fondamentale. Rende possibile l’individuazione della presenza di vegetazioni e dell’eventuale malfunzionamento delle valvole cardiache.

Ecocardiogramma transesofageo: in questo caso la sonda si introduce dalla bocca e si spinge in avanti fino a raggiungere l’esofago. Consente una migliore visualizzazione delle valvole e delle strutture paravalvolari.

Elettrocardiogramma: registra l’attività elettrica del cuore e permette di individuare, tra le altre cose, disturbi del ritmo cardiaco.

Radiografia del torace (RX torace): può dare diverse informazioni, ad esempio può rivelare se il cuore è ingrossato, segno indicativo di insufficienza cardiaca, o se l’infezione si è estesa ai polmoni.

Risonanza magnetica cardiaca (RM) con mezzo di contrasto: produce immagini dettagliate utilizzando la registrazione di un segnale emesso dalle cellule sottoposte a un intenso campo magnetico. Permette la visualizzazione molto accurata del cuore e delle strutture limitrofe e fornisce informazioni preziose per la terapia.

Trattamenti

L’endocardite batterica viene curata con una terapia antibiotica mirata. Il trattamento dura diverse settimane.

Se l’endocardite ha provocato danni alle valvole cardiache, può essere necessario intervenire chirurgicamente per “riparare” i danni causati dall’infezione oppure, quando ciò non è possibile, per sostituire la valvola.

 

 

Endometriosi

Endometriosi

 

Con il termine endometriosi si indica un disturbo patologico benigna molto comune in ginecologia e in medicina della riproduzione. Si tratta si una patologia che prevede la presenza di tessuto endometriale (il tessuto che normalmente si trova solo all’interno della cavità uterina) in sedi diverse da quelle fisiologiche.

È una patologia molto frequente nella popolazione generale e si calcola che possa interessare il 10-20% delle donne in età fertile.

Colpisce infatti prevalentemente donne tra i 25 e i 35 anni ed è praticamente assente nell’età pre-puberale e post-menopausale.

 

Che cos’è l’endometriosi?

L’endometriosi si presenta in un’ampia gamma di sedi, anche molto diverse tra loro, ma sicuramente quella più comune è quella ovarica, dove spesso si formano cisti con dimensioni che vanno da pochi millimetri sino a 10 centimetri e possono essere monolaterali o bilaterali. La cisti endometriosica contiene sangue che è a tutti gli effetti sangue mestruale, prodotto dalle cellule endometriali, le quali si comportano come se fossero nella loro sede naturale, l’utero. Queste cisti vengono definite anche cisti “cioccolato” per il colore del loro contenuto ematico.

 

Altre localizzazioni dell’endometriosi sono:

  • – il peritoneo pelvico (fossette ovariche, legamenti uterini, setto retto/vaginale, plica vescico/uterina, peritoneo pelvico peri viscerale).
  • – organi pelvici quali la vescica, l’uretere o l’intestino.

Lo spessore della parete uterina (in questo caso l’endometriosi viene definita adenomiosi).

Organi o tessuti collocati in aree esterne alle pelvi, come la pleura (in questo caso si parla di endometriosi extra-pelvica e si tratta di manifestazioni più rare della patologia).

 

Quali sono le cause dell’endometriosi?

Nonostante si tratti di una patolopgia medica presa in grande considerazione dalla comunità medica, gli studiosi e i ricercatori non hanno ancora definito il meccanismo specifico che sta alla base della sua formazione.

Una delle teorie più antiche, ma a tutt’oggi tra le più accreditate, è quella della cosiddetta “mestruazione retrograda”, ovvero che, durante la mestruazione, il sangue refluisca dall’utero nella pelvi, attraverso le tube, conducendo all’impianto di cellule endometriali sul peritoneo e sugli organi pelvici. Ma probabilmente questa teoria, da sola, non basta a spiegare l’insorgenza dell’endometriosi. Esistono poi numerosi studiosi che ritengono probabile una sua origine dovuta a metaplasia (ossia una modificazione ex novo) del tessuto di rivestimento della pelvi o da una disseminazione delle cellule endometriali per via linfatica o ematica (quasi come un vero e proprio meccanismo metastatico).

Si prende anche in considerazione l’ipotesi che sia la predisposizione genetica l’origine vero e proprio dello sviluppo dell’endometriosi o un’alterazione del sistema immunitario, che permetta, in alcune donne, l’impianto di queste cellule e lo impedisca in altre.

 

Quali sono i sintomi dell’endometriosi?

Esistono numerose casistiche registrate che presentan situazioni in cui l’endometriosi è priva di sintomi e viene occasionalmente scoperta attraverso un’indagine ecografica di routine o nel corso di un intervento laparoscopico (eseguito nella maggior parte dei casi per infertilità).

Altre volte, la malattia è caratterizzata da una serie di sintomi che possono diventare anche molto invalidanti:

  • Dolore pelvico, soprattutto in fase peri-mestruale;
  • Mestruazioni dolorose (dismenorrea);
  • Dolore durante i rapporti sessuali (dispareunia), accentuata soprattutto nel periodo pre e post mestruale;
  • Irregolarità dei cicli mestruali con sanguinamenti anomali;
  • Dolore alla defecazione;
  • Sterilità.

 

Qual è l’associazione tra endometriosi e infertilità?

L’associazione dell’endometriosi con la sterilità non è del tutto chiarita. Nelle endometriosi di alto grado l’infertilità è essenzialmente dovuta a fattori meccanici dati dal sovvertimento degli organi pelvici e alla formazione di aderenze con conseguente alterazione dei rapporti tra le tube e le ovaie. Inoltre, i grossi endometriomi ovarici potrebbero contrastare i normali meccanismi ovulatori, così come la presenza di adenomiosi uterina potrebbe avere un impatto decisamente non negativo con le possibilità di avere una gravidanza.

Meno spiegabile è invece il rapporto tra l’infertilità e gradi leggeri di endometriosi, in cui entrano probabilmente in gioco fattori infiammatori immunologici e vascolari non ancora del tutto chiariti.

 

Diagnosi

Nell’iter diagnostico, molto importante è l’anamnesi accurata della paziente. La prassi per identificare il disturbo vuole che la donna risponda ad una specifica serie di domande, soprattutto se soffre di patologie collegabili all’infertilità, se manifesta uno dei sintomi che possano essere riferiti alla presenza di endometriosi, ossia dolore pelvico cronico o ciclico, senso di peso, dolori mestruali in aggravamento, dolori durante i rapporti sessuali (in particolare durante la penetrazione profonda), dolori alla defecazione.

Il secondo step è l’esame fisico della paziente, che può permettere di diagnosticare localizzazioni endometriosiche a livello del setto retto vaginale, sulla cervice uterina o a livello dei fornici vaginali. L’esame fisico può inoltre rilevare particolari “fissità” degli organi pelvici, che devono far sospettare la presenza di endometriosi.

Uno strumento molto importante di diagnosi è l’ecografia trans vaginale. Attraverso l’esame ecografico è possibile visualizzare le formazioni cistiche endometriosiche a carico delle ovaie, dell’utero e degli altri organi pelvici, nonché cercare di identificare un eventuale sovvertimento anatomico che diverse casistiche di endometriosi comportano.

 

In casi molto selezionati può essere richiesta una RMN della pelvi, ma, dato il costo della procedura, la quale spesso non migliora le capacità diagnostiche di una buona ecografia trans vaginale, il suo utilizzo va limitato a quesiti particolari o per endometriosi che interessino organi non ginecologici (uretere, intestino, localizzazioni extra pelviche della malattia).

Lo strumento che meglio di ogni altro permette di rilevare l’endometriosi e di stadiarla è la laparoscopia. La laparoscopia è una tecnica chirurgica cosiddetta non-invasiva, nella quale, attraverso l’introduzione di una sonda collegata a una telecamera, nell’ombelico, è possibile visualizzare gli organi pelvici e, se necessario, sottoporli a interventi operativi.

 

La laparoscopia consente di poter arrivare ad una diagnosi di endometriosi in pazienti non sintomatiche, confermare la diagnosi ecografica di endometriosi o visualizzare i piccoli impianti peritoneali non visualizzabili con l’ecografia transvaginale. Infatti, la laparoscopia, tramite l’azione di magnificazione, permette l’individuazione di noduli endometriosici anche molto piccoli.

Non tutte le pazienti vanno avviate a una laparoscopia. È compito infatti dello specialista decidere in quali casi sia necessario suggerire uno strumento di diagnosi chirurgica.

Nelle donne asintomatiche il ricorso alla laparoscopia non è giustificato. È lo specialista che decide, caso per caso, quali pazienti avviare a una indagine laparoscopica.

La laparoscopia permette di eseguire una stadiazione della malattia endometriosica, secondo una classificazione creata dalla Società Americana di Medicina Riproduttiva nel 1996.

 

Trattamenti

La terapia dell’endometriosi si avvale di varie strategie che vanno dalla semplice osservazione, alle terapie mediche, alle terapie chirurgiche.

Alle pazienti asintomatiche e/o con piccoli endometriomi a carico delle ovaie e/o con impianti peritoneali non rilevanti, può essere proposta una semplice condotta d’attesa.

 

Le terapie mediche possono essere proposte alle pazienti che presentano sintomatologia dolorosa o per prevenire le recidive di endometriosi in pazienti già sottoposte a chirurgia.

I presidi medici più comunemente usati sono i preparati a base di progesterone o le associazioni estro progestiniche, ossia la classica pillola anticoncezionale, farmaci che possono essere utilizzati per lunghissimo tempo e che agiscono molto bene sulla risoluzione del dolore. Esistono poi altri farmaci, più costosi e non utilizzabili a lungo, il cui utilizzo va valutato dallo specialista.

Le terapie mediche non vengono prescritte per guarire l’endometriosi, ma per tenerne sotto controllo i sintomi, migliorando così la qualità di vita delle pazienti affette da questa patologia.

 

Il ricorso alla chirurgia deve essere valutato sempre molto attentamente e le indicazioni oggi sono quelle di sottoporre a intervento chirurgico solo quei casi in cui non ci sono alternative. La chirurgia infatti (e a maggior ragione quando non eseguita in modo corretto) può portare a degli effetti collaterali che determinano una diminuzione del potenziale riproduttivo della donna per una riduzione della sua riserva ovarica. Infatti, durante l’asportazione del tessuto endometriosico, spesso si danneggiano anche i tessuti sani, diminuendo per esempio il numero degli ovociti presenti nell’ovaio operato o creando alterazioni nella vascolarizzazione d’organo con conseguente diminuzione della sua funzione.

 

La tecnica chirurgica considerata il gold standard per l’endometriosi è la laparoscopia, che deve essere sempre però eseguita da chirurghi esperti, che abbiano a cuore la salute riproduttiva della donna e che utilizzino modalità chirurgiche corrette (per esempio l’asportazione di una cisti ovarica mediante l’identificazione del suo piano di clivaggio e il successivo stripping, ossia l’asportazione della sola capsula della cisti – nonché l’utilizzazione di tecniche di controllo dell’emostasi, ossia dei sanguinamenti, non troppo pesanti).

Enoxaparina

Enoxaparina

 

Si utilizza – in presenza di alcune malattie o in associazione ad interventi chirurgici – al fine di prevenire la formazione di coaguli di sangue.

Può altresì essere assunta in combinazione con altri medicinali per prevenire alcune complicazioni dell’infarto o dell’angina.

Infine, in alcuni casi l’enoxaparina viene prescritta per ridurre il rischio di infarto ricorrente.

 

Che cos’è l’enoxaparina?

E’ un’eparina a basso peso molecolare che esplica la sua azione bloccando la formazione di coaguli di sangue.

 

Come si assume l’enoxaparina?

Viene somministrata mediante iniezioni.

 

Effetti collaterali dell’enoxaparina?

Può ridurre il numero delle piastrine e influenzare i risultati di alcune analisi di laboratorio.

 

Fra gli altri suoi possibili effetti indesiderati sono inclusi:

scariche di diarrea

arrossamenti, emorragie, lievi dolori, irritazione, gonfiore, o lividi al punto di iniezione

senso di nausea

 

È importante contattare subito un medico in caso di:

rash

orticaria

prurito

difficoltà a respirare

senso di pesantezza o oppressione al petto

pallore

urine rosa o rosse

capogiri, stanchezza o debolezza gravi o persistenti

gonfiore

gonfiore a bocca, volto, labbra o lingua

feci scure o sangue nelle feci

stato di confusione

difficoltà a deambulare

svenimenti

stato febbrile

pizzicore e intorpidimenti (soprattutto a livello di gambe e piedi)

debolezza a livello muscolare

lividi ed emorragie

vomito che assomiglia a caffè

 

Controindicazioni e avvertenze

Può essere controindicata in caso di: assunzione di salicilati o Fans, piastrine basse in presenza di anticorpi antipiastrine, pressione alta e emorragie

 

Prima della somministrazione è importante rendere edotto il medico:

circa la presenza di eventuali allergie al principio attivo, ai suoi eccipienti, a qualsiasi altro farmaco, ad alimenti o ad altre sostanze, in particolare all’eparina, all’alcol benzilico o ai prodotti derivati dal maiale

dei medicinali, dei fitoterapici e degli integratori già assunti in passato (in particolare proteina C attivata, anticoagulanti, cefalosporine e penicilline iniettabili, Fans, inibitori delle piastrine, destrano, dipiridamolo, inibitori diretti del fattore Xa, inibitori diretti della trombina, salicilati, sulfinpirazone, trombolitici e nitrati)

se si soffre (o si è sofferto in pregresso) di malattie del sangue, malattia di von Willebrand, piastrine basse, problemi renali, epatici o gastrointestinali, problemi alla vista causati dal diabete, infezioni batteriche del cuore, pressione alta e disturbi emorragici

in caso di emorragie conseguenti all’assunzione di eparina

della presenza di valvole cardiache artificiali

in presenza di un catetere epidurale

in caso di iniezioni a livello spinale

in caso di recente parto

in caso di donne gravide o in fase di allattamento

se si pesa poco

in caso di ictus

in caso di interventi chirurgici al cervello, alla spina dorsale o agli occhi (recenti o programmati)

 

È importante far sapere a medici, chirurghi e dentisti dell’assunzione di enoxaparina.

Entropion

Entropion

 

L’entropion è una malattia oculistica in cui una parte della palpebra tende a ruotare verso l’interno dell’occhio.

 

Che cos’è l’entropion?

La rotazione verso l’interno della palpebra, condizione tipica dell’entropion, mette in contatto le ciglia con la superficie della cornea. Questo continuo sfregamento, risultato di questo contatto, causa non solo un notevole fastidio ma anche va a compromettere la superficie della cornea, dove si possono sviluppare danni come ad esempio la cheratite puntata superficiale o l’ulcerazione.

 

Quali sono le cause dell’entropion?

L’entropion può essere di origine congenita, senile, paralitica o meccanica. Inoltre può essere il risultato cicatriziale di ustioni chimiche, di un trauma, di un tracoma (un’infezione della congiuntiva e della cornea) o di un pemfigoide (una malattia autoimmune della pelle).

 

Quali sono i sintomi dell’entropion?

I principali disturbi associati all’entropion sono l’infiammazione dell’occhio, la lacrimazione, una sensazione diffusa di presenza di corpo estraneo e chiusura persistente e involontaria delle palpebre.

 

Diagnosi

La diagnosi dell’entropion prevede la visita oculistica.

 

Trattamenti

Il trattamento chirurgico è l’unico trattamento in grado di eliminare l’entropion.

L’intervento, eseguito in anestesia locale ed in regime di day hospital, deve essere programmato in base alla tipologia e al grado di severità dell’entropion.

La terapia medica è indicata solo per la prevenzione e il trattamento della congiuntivite e della cheratite secondaria. Solo in caso di entropion spastico viene effettuato un controllo con chemodenervazione chimica con sedute ripetute di tossina botulimica.

 

Prevenzione

In attesa dell’intervento sono consigliabili misure di prevenzione dei danni alla cornea. Fra le misure più adatte, segnaliamo lo srotolamento manuale della palpebra utilizzando un cerotto, l’uso di un lubrificante artificiale denso e quello di gel o pomate che possano limitarne il danno causato dallo sfregamento riducendone i sintomi.

Erba cipollina

Erba cipollina

 

Che cos’è l’erba cipollina?

L’erba cipollina (Allium schoenoprasum) è una pianta aromatica che appartiene alla famiglia delle Liliaceae, al genere Allium e alla classe Lioliopsida. Si trova diffusa principalmente in Europa e nel Nord America; in Italia è presente soprattutto nelle Alpi e negli Appennini settentrionali.

 

Che proprietà nutrizionali ha l’erba cipollina?

100 g di erba cipollina apportano:

30 Calorie

90,65 g di acqua

14,31 g di proteine

0,73 g di lipidi

2,5 g di fibre

4,35 g di carboidrati

Fra le vitamine e i minerali, 100 g di erba cipollina apportano:

105 µg di folati

218 µg di vitamina A (retinolo equivalente)

3,86 mg di vitamina B1

0,37 mg di vitamina B2

0,13 mg di vitamina B6

0,07 mg di tiamina

0,11 mg di riboflavina

0,64 mg di niacina

58,1 mg di vitamina C

0,21 mg di vitamina E

212,7 µg di vitamina K

1,60 mg di ferro

92 mg di calcio

58 mg di fosforo

42 mg di magnesio

296 mg di potassio

3 mg di sodio

0,56 mg di zinco

 

Possibili effetti collaterali dell’erba cipollina

Non si hanno notifiche riguardo a eventuali interazioni tra l’assunzione di erba cipollina e il consumo di farmaci o di altre sostanze. È consigliabile chiedere informazioni al proprio medico in caso di dubbi.

 

Stagionalità dell’erba cipollina

La maturazione dell’erba cipollina si ha nel periodo tra aprile e maggio.

 

Possibili benefici e controindicazioni dell’erba cipollina

L’erba cipollina è un alimento ipocalorico, con pochi grassi ma molte vitamine e molti minerali. In particolare, ha un elevato contenuto di vitamina C, che in virtù delle sue proprietà antiossidanti, potenzia le difese immunitarie dell’organismo. L’alta quantità di potassio in essa contenuto, inoltre, contribuisce a mantenere sotto controllo la pressione sanguigna. La pianta è anche ricca di fibre, che favoriscono il funzionamento dell’intestino, contrastano la stitichezza e facilitano il regolare assorbimento di colesterolo e zuccheri, contribuendo a contrastare l’ipercolesterolemia e l’ipoglicemia. Nell’erba cipollina sono presenti anche folati, che stimolano il corretto sviluppo del sistema nervoso durante la gravidanza. Infine, contiene la vitamina K, che promuove una buona coagulazione del sangue.

Il consumo di erba cipollina non provoca, solitamente, effetti collaterali. Tuttavia, esiste la possibilità che provochi l’irritazione dello stomaco, se consumata in quantità eccessive.

 

Disclaimer

Le informazioni riportate rappresentano indicazioni generali e non sostituiscono in alcun modo il parere medico. Per garantirsi un’alimentazione sana ed equilibrata è sempre bene affidarsi ai consigli del proprio medico curante o di un esperto di nutrizione.